La volontà è di evidenziare la sostenibilità delle produzioni made in Italy, anche in vista dell’evoluzione del rischio fitosanitario in tutta Europa. Con l’obiettivo di semplificare le attività di certificazione e rendicontazione dei produttori ortoflorovivaisti valide anche all’estero.
Il 19 febbraio Mps e Confagricoltura Liguria hanno firmato un Protocollo d’Intesa volto ad affermare l’ambizione comune di accelerare la sostenibilità e di costruire una filiera trasparente e orientata al futuro. La partnership pone una forte attenzione alla certificazione, con la missione comune di raggiungere il 100% di produzione florovivaistica regionale certificata entro il 2027. Intensificando la loro cooperazione in questo ambito, Mps e Confagricoltura Liguria sottolineano l’importanza di standard di sostenibilità misurabili e credibili in tutto il settore.
“Per i nostri associati, la sostenibilità non è un’ambizione astratta, ma una realtà quotidiana – ha spiegato Luca De Michelis, presidente di Confagricoltura Liguria -. Questa partnership ci permette di combinare le competenze locali con gli standard di certificazione internazionali, rafforzando la reputazione dell’orticoltura italiana e il valore del made in Italy”.
Per supportare gli agricoltori in questa transizione, i partner organizzeranno eventi, workshop e sessioni di formazione mirate. Iniziative volte a condividere orientamenti pratici, conoscenze e scambio di buone pratiche. Inoltre, la collaborazione consentirà lo sviluppo di approfondimenti aggregati e basati sui dati sulla sostenibilità, che contribuiranno a dimostrare i progressi del settore, rafforzando il made in Italy e il continuo sviluppo dell’industria orticola italiana nel suo complesso.
Per saperne di più abbiamo incontrato Antonio Fracassi, responsabile di Mps per l’Italia.
Evidenziare la sostenibilità dei produttori italiani
Come è nato l’accordo con Confagricoltura Liguria?
Antonio Fracassi: Per noi è un punto di partenza importante: un’esperienza nuova in Italia, ma non per Mps perché abbiamo già attuato iniziative simili, per esempio in Francia tramite un accordo con l’organizzazione Valhor che ha previsto di uniformare la standard nazionale Plante Bleue con il nostro schema ambientale Mps Abc. Un accordo che ha prodotto un rafforzamento della propensione alla certificazione da parte di molte aziende. Anche in Francia l’elemento che ha accelerato questo processo è stato l’obbligo di restituire in forma digitale i dati sui consumi di agrofarmaci.
In Italia non è ancora stato introdotto questo obbligo?
Antonio Fracassi: La direttiva europea 2009/128 ha istituito un quadro per l’azione comunitaria ai fini dell’utilizzo sostenibile dei pesticidi, rendendo obbligatoria a tutti i produttori europei la registrazione dei propri consumi su supporto digitale. Gli stati membri hanno recepito in modo differente questa direttiva: in Francia è diventata obbligatoria già da quest’anno e grazie al nostro accordo il sistema nazionale di registrazione dei consumi di fitofarmaci può acquisire direttamente i dati dalla piattaforma Mps. Quindi il produttore, utilizzando la stessa piattaforma, implementa contemporaneamente sia il sistema di monitoraggio ambientale dello schema di certificazione sia il database ufficiale obbligatorio del governo. Ottiene il risultato dimezzando lo sforzo.
In Italia questa normativa è stata rinviata, già da due anni: doveva diventare obbligatoria quest’anno ma è stata ulteriormente prorogata a gennaio 2027. Ma anche qui stiamo lavorando per sintonizzare i sistemi. Cioè fare in modo che il produttore che comunica i dati sui consumi nelle piattaforme Mps possa agevolmente esportare questi dati anche nella piattaforma Sian (Sistema Informativo Agricolo Nazionale), indicata da Agea (Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura) per la compilazione del nuovo quaderno di campagna dell’agricoltore. È un modo per semplificare il lavoro dei produttori, ma anche uno strumento utile per evidenziare la sostenibilità dei florovivaisti che scelgono di certificarsi con uno standard come il nostro. Per recuperare un po’ la perdita di reputazione che stanno soffrendo alcuni settori, come per esempio quello dei fiori.
Un modo per confermare che fiori e piante non sono “inquinati” e quindi non sono pericolosi?
Antonio Fracassi: In Italia succede meno ma in Europa cominciano a farsi sentire i riflessi di alcuni movimenti d’opinione che indicano la presenza dei pesticidi sui fiori e piante come un elemento di pericolo e di attenzione da parte del consumatore. È un rischio potenziale, ma laddove i produttori seguono le regole e le buone prassi è praticamente nullo. Una certificazione come Mps rappresenta una garanzia per il consumatore anche per quanto riguarda il rischio di contaminazione di sostanze pericolose nel proprio ambiente domestico. È un elemento importante e con l’accordo con Confagricoltura Liguria vorremmo ampliarlo alla produzione made in Italy. Per trasferire il concetto che le produzioni italiane sono sostenibili.
Un altro elemento interessante è la possibilità di utilizzare i nuovi piani di sviluppo rurale, che prevedono incentivi sia per l’adesione a sistemi di qualità certificata sia per la consulenza di supporto alle aziende che aderiscono a questi schemi: quindi Confagricoltura Liguria intende, anche in virtù dell’accordo con Mps, avanzare delle proposte di finanziamento proprio per ottenere gli strumenti necessari da offrire ai propri consociati a supporto della consulenza per la certificazione.
Mps ha lanciato recentemente la certificazione Compact per i piccoli e medi produttori: come è stata accolta in Italia?
Antonio Fracassi: Abbiamo una risposta importante in termini di interesse, anche se il numero delle aziende certificate Compact non è ancora altissimo. Ma ci stiamo rendendo conto che c’è una risposta anche da parte del mercato: che spinge le aziende alla conformità con gli standard Fsi (Floriculture Sustainability Initiative) e Mps Compact è un’opzione concreta, soprattutto per i piccoli produttori. Questa tipologia di certificato, proprio per il limite del fatturato, si dimostra particolarmente interessante per i piccoli produttori di fiore reciso rispetto ai produttori di piante ornamentali. Perché le economie di scala dei due settori fanno sì che sia più probabile trovare produttori di fiore reciso con un fatturato inferiore al limite imposto.
La gestione del rischio fitosanitario in Europa
La preoccupazione dei consumatori è comprensibile, ma i florovivaisti devono combattere contro “parassiti alieni” sempre più presenti. Come si conciliano questi due aspetti?
Antonio Fracassi: Su questi temi stiamo collaborando con un ente inglese riconosciuto dal governo, Plant Health Alliance, che sta promuovendo uno standard per potenziare la conoscenza del rischio fitosanitario. Il rischio di introduzione di organismi nocivi fuori e dentro la Comunità Europea sta assumendo una rilevanza particolare. Parallelamente alle problematiche maggiormente diffuse e attenzionate dai servizi fitosanitari, ve ne sono altre di pari pericolosità di cui viene già segnalata la presenza sporadica in Italia. Inoltre i cambiamenti climatici incentivano l’introduzione di specie vegetali in grado di veicolare nuovi organismi nocivi in nuove aree produttive. Tramite le importazioni, le piante possono portare nuovi fitopatogeni, talvolta pericolosi non solo per le specie vegetali che fanno da portatori ma anche per altre specie. Penso per esempio all’Exocortite e alla Popillia japonica, che hanno presenze importanti in determinate aree di produzione vocate all’esportazione di piante. C’è quindi il rischio concreto che queste malattie possano essere diffuse con grande facilità.
Da un lato vige la normativa di settore che è molto dettagliata e particolareggiata, ma d’altro canto l’elemento debole sono le risorse limitate messe a disposizione dei servizi fitosanitari per controllare le produzioni a monte in modo capillare. Anche i certificati fitosanitari per l’importazione non riescono a essere così capillari e precisi da assicurare una gestione efficace del rischio. La tendenza è di revisionare questi regolamenti, rafforzando la capacità del produttore di gestire autonomamente questo rischio introducendo delle procedure. C’è in questo momento in dibattimento al ministero una proposta per fare aderire obbligatoriamente tutti i produttori di piante ornamentali a un piano di autocontrollo del rischio fitosanitario. Quindi qualcosa che va al di là delle normative: chiedono che ogni azienda si doti di un proprio sistema di valutazione degli elementi di rischio e di pericolo fitosanitario e definiscano una sorta di piano di controllo.
Questo è quanto avviene in Europa; a livello extraeuropeo in primo piano c’è la Gran Bretagna, che è il soggetto più interessato da questo aspetto, che ha invece sviluppato uno standard con tratti molto simili al piano di autocontrollo fitosanitario di cui si sta discutendo al ministero. Una delle iniziative che vorremmo portare avanti, in questo caso con Anve (Associazione Nazionale Vivaisti Esportatori), che fa parte dell’associazione dei vivaisti esportatori europei Ena (European Nurserystock Association), prevede l’armonizzazione degli standard extra europei con questa nuova normativa, affinché i produttori si debbano confrontare con un unico modello di comportamento e un’unica procedura per la gestione del rischio. Riconosciuta a livello europeo ma anche extra-europeo. L’obiettivo è evitare una duplicazione delle norme, delle procedure e delle modulistiche, per non complicare il lavoro dei produttori, con il conseguente aumento dei costi. Un modello capace, al contrario, di rafforzare le capacità di interazione, sia con la Gran Bretagna sia con gli altri paesi extra europei.
Come sta affrontando il problema Plant Health Alliance in Inghilterra?
Antonio Fracassi: Hanno un partenariato abbastanza vasto, che comprende Aiph e le principali associazioni del settore in Gran Bretagna, e si stanno relazionando con referenti europei ed extra europei, proprio per sviluppare questi sistemi di controllo. Stanno dialogando sia con Global Gap sia con Mps per introdurre un modulo aggiuntivo da implementare nei rispettivi schemi di certificazione.
È un tema abbastanza importante. Ci sono stati sempre episodi epidemiologici che, in qualche maniera, ogni paese è riuscito a contenere. Ma aumentando la complessità della biodiversità delle specie, aumenterà anche il rischio di introduzione di nuovi organismi, con il pericolo di avere impatti economici importanti o addirittura minacciare la sopravvivenza stessa di alcuni segmenti del florovivaismo.






















