Forte di un’esperienza trentennale nel Diy e nel gardening, Corrado Frigo Favalli ha lanciato il progetto Nsc Consulting per aiutare le imprese strategicamente e operativamente ad affrontare le nuove sfide. Lo abbiamo incontrato.
È nata una nuova realtà di consulenza manageriale a progetto, specializzata nello sviluppo commerciale e marketing nel settore consumer del bricolage e del giardinaggio. Nsc Consulting sorge dall’esperienza trentennale del suo fondatore, Corrado Frigo Favalli, maturata come sales & marketing director in aziende produttrici di articoli Diy e garden: ha guidato reti vendita nazionali e internazionali, sviluppato brand sui canali Gdo, Diy, e-commerce e marketplace europei e gestito partnership con insegne Gd e online.
Oggi con Nsc Consulting mette questa competenza a disposizione delle aziende che vogliono crescere o riorganizzarsi commercialmente e dal punto di vista marketing, lavorando fianco a fianco con i team interni. Per saperne di più abbiamo incontrato Corrado Frigo Favalli.
Tra canali e brand
Qual è l’obiettivo di Nsc Consulting? A chi vi rivolgete e quali sono i vostri servizi?
Corrado Frigo Favalli: Nsc Consulting nasce per rispondere a una domanda che sento spesso nelle aziende con cui lavoro: “come faccio ad avere una guida commerciale e di marketing senior quando ne ho davvero bisogno, senza costruire una struttura fissa che magari non potrò sostenere nel tempo?”
La risposta è il modello a progetto: entriamo nell’azienda con competenza diretta di settore, definiamo insieme gli obiettivi, e lavoriamo — strategicamente e operativamente — fino al risultato. Non solo consulenza teorica ma anche esecuzione.
Ci rivolgiamo principalmente a Pmi italiane e internazionali che operano nei settori consumer, Diy e garden: produttori, importatori e brand che vogliono crescere su nuovi canali o mercati, riorganizzare la rete vendita, sviluppare la presenza online o riposizionare il brand. Le aree di intervento principali sono: sales direction e gestione rete vendita, business development e apertura nuovi mercati, export europeo, brand strategy e product management, marketing integrato offline e online, e-commerce e marketplace. Il filo conduttore è sempre lo stesso: chi lavora con noi ha già percorso quella strada nella Gds, nel trade e nelle trattative con le centrali acquisti, sui marketplace europei.
Come giudichi l’evoluzione dei canali distributivi del mercato del giardinaggio, tra garden center esperienziali e un e-commerce sempre più aggressivo?
Corrado Frigo Favalli: Il mercato del giardinaggio italiano sta attraversando una fase di ridefinizione strutturale, non una semplice evoluzione stagionale. I dati del primo trimestre 2026 confermano una crescita del comparto garden dell’8,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, un segnale forte, dopo un 2025 che per il canale Diy aveva chiuso in contrazione del 3,5%.
La polarizzazione che osservo è chiara: da un lato l’e-commerce cresce in modo sostenuto su tutto ciò che è standardizzabile: attrezzatura tecnica, consumabili, prodotti a referenza nota. I robot tagliaerba, per esempio, hanno registrato un +166% nei primi cinque mesi del 2026: un prodotto tecnologico, con caratteristiche chiare e un acquirente informato. Lì l’online vince quasi sempre.
Dall’altro lato, il garden center esperienziale sta costruendo qualcosa che l’e-commerce non può replicare: la dimensione fisica del giardinaggio, il contatto con le piante, la consulenza specializzata, il senso di appartenenza a una community di appassionati. I centri più evoluti lo hanno capito e stanno investendo su format, eventi, workshop, percorsi esperienziali. Non vendono più solo prodotti: vendono un’esperienza e un’identità.
La sfida — e l’opportunità — per le aziende produttrici è capire quale canale serve meglio quale cliente, con quale prodotto e quale comunicazione. Non esistono più strategie di canale monolitiche: chi ha ancora un approccio uguale per tutti i touchpoint sta perdendo terreno.
Quali armi ha a disposizione un rivenditore “fisico” specializzato nei confronti dell’e-commerce e del social seller? Sono temibili competitor o un’opportunità?
Corrado Frigo Favalli: La domanda giusta non è se l’e-commerce è un competitor temibile. Lo è su certi prodotti e certi segmenti di clientela. La domanda giusta è: cosa può fare un rivenditore fisico specializzato che Amazon e un social seller non potranno mai fare davvero bene?
La risposta è più ampia di quanto si pensi. I dati ci dicono che oltre il 45% dei consumatori inizia il proprio percorso d’acquisto informandosi online prima di visitare il negozio. Questo non è un problema: è un’opportunità. Significa che il cliente arriva già informato, già motivato. Il punto vendita fisico diventa il luogo della conferma, dell’esperienza tattile, della consulenza che chiude la decisione.
Le leve concrete a disposizione del rivenditore specializzato sono precise:
• La competenza del personale: non come generico “servizio al cliente”, ma come vera consulenza tecnica su specie, terreni, condizioni climatiche locali, soluzioni su misura. Questo non si replica online.
• La fisicità del prodotto per piante, terricci, macchine da giardino complesse: l’acquirente vuole vedere, toccare, chiedere. La logica del “prova prima di comprare” vale ancora moltissimo.
• La relazione continuativa: il garden center che conosce i propri clienti per nome, ricorda il loro giardino, li contatta in anticipo sulle stagioni. Questa fidelizzazione è inarrivabile per un marketplace.
• L’evento e la comunità: workshop, corsi di potatura, giornate a tema. Il garden center come luogo di apprendimento e socialità. È un formato che funziona e che costruisce fedeltà nel tempo.
I social seller? Sono un canale di ispirazione potentissimo, soprattutto per raggiungere un pubblico più giovane. La risposta intelligente non è ignorarli: è collaborare. Un influencer locale di giardinaggio che porta traffico in store vale più di molte campagne tradizionali.
Oltre il 20% dei centri giardinaggio analizzati non ha un sito internet. Cosa ne pensi?
Corrado Frigo Favalli: È un dato che mi sorprende meno di quanto vorrei. Ho visto situazioni simili anche nel mondo Diy puro: realtà con una storia commerciale solida, clientela fedele, ottimi prodotti e una presenza digitale inesistente o datata. Il ragionamento sottostante è quasi sempre lo stesso: “i miei clienti mi conoscono, vengono da anni, non ho bisogno del sito”. Il problema è che questo ragionamento funzionava dieci anni fa: oggi no.
Il percorso d’acquisto è cambiato strutturalmente. I dati ci dicono che l’80% dei consumatori legge le recensioni online prima di scegliere un punto vendita e il 70% considera “sospetto” un negozio senza recensioni o con una presenza digitale assente. Non avere un sito — o anche solo una scheda Google Business Profile aggiornata — significa non esistere per una fetta crescente di potenziali clienti, soprattutto quelli più giovani.
C’è però una buona notizia: i garden center italiani che hanno una presenza digitale godono di una reputazione eccellente. Il vostro Osservatorio Garden Center Social Club registra un voto medio nazionale di 4,49 stelle su Google: un risultato straordinario che riflette la qualità reale del servizio offerto. Il problema non è la reputazione: è la visibilità. Un’esperienza cliente eccellente che nessuno può trovare online vale la metà di quello che potrebbe. Il sito non deve essere sofisticato. Deve esistere, essere aggiornato e idealmente dare un senso di quello che trovi dentro il negozio. Questo, unito a una scheda Google attiva e a qualche recensione curata, è già sufficiente per recuperare terreno. È una questione di priorità, non di budget.
Il consumatore medio italiano non conosce i brand delle aziende del giardinaggio: quale soluzione suggerisci?
Corrado Frigo Favalli: È forse la sfida strutturale più seria del settore e non riguarda solo il giardinaggio. Nel mondo del Diy e degli attrezzi outdoor, salvo rarissime eccezioni, i brand sono pressoché invisibili al consumatore finale. Sa che ha bisogno di un tosaerba, sa che vuole qualcosa di affidabile, ma difficilmente o non sempre parte con un brand preciso in testa.
Questo non è necessariamente un fallimento delle aziende: è la natura di una categoria a bassa frequenza d’acquisto, dove l’impulso di brand arriva raramente. Ma è anche un’opportunità non sfruttata, perché chi riesce a costruire anche solo un livello minimo di riconoscimento ottiene un vantaggio competitivo enorme rispetto a chi è completamente anonimo.
Distinguo due livelli di intervento. Il primo è la presenza qualificata nel canale, che è già brand building anche se non sempre viene percepita come tale. Un packaging curato che si distingue sullo scaffale, un espositore ben progettato, una scheda prodotto che parla al consumatore in modo chiaro e motivante: questi elementi costruiscono familiarità anche senza campagne pubblicitarie. Il punto vendita, fisico e online, è il primo mezzo di comunicazione del brand per le Pmi del settore.
Il secondo livello è la costruzione di una presenza digitale coerente: non necessariamente grandi budget, ma contenuti che educano, ispirano e posizionano. Il giardinaggio si presta magnificamente ai contenuti video, tutorial, consigli stagionali, dimostrazioni di utilizzo. Un brand che insegna qualcosa al consumatore viene ricordato. Un brand che compare solo con un listino prezzi, no.
C’è poi una terza leva spesso sottovalutata: la rete vendita come ambasciatore del brand. Un agente o un personale del punto vendita che conosce davvero il prodotto, che sa raccontarne la storia e i differenziali, vale più di qualsiasi campagna. La formazione commerciale e la comunicazione interna sono investimenti di brand awareness che le Pmi tendono a trascurare e che invece producono risultati misurabili sul sell out.
In sintesi: costruire notorietà di brand nel giardinaggio non richiede budget da multinazionale. Richiede coerenza, continuità e la volontà di comunicare non solo al buyer, ma anche e soprattutto al consumatore finale.



















