Il futuro delle norme sui substrati

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norme sui substrati

Qual è la situazione delle norme sui substrati? Quali sono le leggi italiane che regolano il mercato dei terricci? E quali quelle europee? Perché nelle normative sono inseriti tra i fertilizzanti? E la torba verrà davvero eliminata?

I terricci, ma sarebbe tecnicamente più corretto chiamarli substrati di coltivazione, sono in parole povere dei materiali sostitutivi del suolo, adatti per la crescita delle piante. Le prime industrie sono nate all’inizio del secolo scorso in Germania (in Italia circa 50 anni fa) e il primo substrato industriale in sacco pensato per il consumatore finale è nato nel 1959 grazie a Floragard.
Oggi in Europa il mercato dei substrati di coltivazione sviluppa un giro d’affari di 1,3 miliardi di euro con 520 aziende e 11.000 dipendenti coinvolti. Il mercato italiano è il secondo per volumi ma è il primo in termini di fatturato: ciò è dovuto al fatto che la materia prima, la torba, viene totalmente importata dall’estero, facendo lievitare i costi per i consumatori. Va anche detto che accanto ai “terricci” destinati agli hobbisti ci sono anche i substrati professionali per il settore orto-florovivaistico, che sono un prodotto basilare per le coltivazioni fuori suolo. Con la crescita dell’importanza di questo mercato naturalmente sono state avviate attività legislative, sia in Italia sia in Europa, alcune delle quali ancora in fase di definizione.

norme sui substrati
Floragard, in stretta collaborazione con scienziati e specialisti del giardinaggio professionale, sviluppa nel 1959 il primo substrato industriale a base di torba con aggiunta di sostanze nutritive equilibrate, che viene proposto sul mercato con la defi nizione “substrato di coltura a base di torba” e il marchio Tks.

Norme sui substrati: per l’Italia sono fertilizzanti

I substrati di coltivazione sono stati normati in Italia insieme ai fertilizzanti e quindi sono una categoria del decreto legislativo nr 75 del 29 aprile 2010. Vengono definiti testualmente come “materiali diversi dai suoli in situ, dove sono coltivati vegetali” e c’è una distinzione tra substrato di coltivazione “base” e “misto” (allegato 4) e una specifica per i substrati consentiti in agricoltura biologica (allegato 13).
Il decreto legislativo si preoccupa quindi di regolamentare l’immissione in commercio dei substrati: per esempio i produttori devono essere iscritti al Registro dei fabbricanti e adottare un sistema di tracciabilità dalla materia prima al prodotto finito.

Cosa succede in Europa

Il 17 marzo 2016 è stata presentata una proposta di Regolamento dei prodotti fertilizzanti che, come succede in Italia, tiene conto anche dei substrati di coltivazione. In particolare il nuovo Regolamento stabilirà norme relative alla vendita di prodotti fertilizzanti con il marchio CE, andando a modificare i regolamenti CE nr 1069/2009 e 1107/2009.
Nel marzo 2016 si è quindi avviato un iter di valutazione, che ha visto però una serie di obiezioni da parte del Parlamento Europeo e del Consiglio Europeo: ora non resta che trovare un accordo su un testo finale che tenga conto della proposta iniziale e degli emendamenti.

Cosa si attendono le imprese specializzate nei substrati di coltivazione da questo nuovo Regolamento europeo? Lo ha ben sintetizzato Daria Orfeo, segretario generale dell’Associazione Italiana Produttori Substrati e Ammendanti (Aipsa), in occasione di un convegno dedicato al futuro dei substrati organizzato in seno a GaMe Gardening Meeting il 23 febbraio scorso: “Anzitutto una semplificazione e una riduzione dei costi per i fabbricanti che cercano di accedere a più di un mercato. Che vengano instaurate parità di condizioni per tutti i prodotti a livello della UE e che aumenti il livello di protezione per la salute e per l’ambiente”.

In effetti parliamo tanto di “mercato unico” ma per questo particolare comparto il principio del mutuo riconoscimento è nei fatti di difficile applicazione.

“Tutti auspichiamo per il futuro una parità di condizioni per tutti i prodotti – ha spiegato Daria Orfeo di Aipsa – e l’introduzione di un quadro normativo proporzionato, efficiente in termini di costi e di procedure autorizzative, trasparente, flessibile e capace di consentire una veloce risposta all’esigenza dei consumatori finali di disporre di prodotti innovativi”.
Se un prodotto è innovativo, in effetti, deve poter essere immesso nel mercato in tempi rapidi.
Va precisato infine che il nuovo Regolamento sarà facoltativo e i singoli Stati potranno decidere se e come adottarlo, rispetto alle singole normative nazionali.

norme sui substrati E la torba?

Diciamo subito che le problematiche connesse all’uso della torba sono ancora una “richiesta sociale” ma non sono entrate nelle normative, né europee né italiane.
La normativa italiana vieta la presenza di metalli pesanti o di contaminanti igienico sanitari (per esempio salmonella), ma non si preoccupa di limitare l’uso di torba.
In merito alla riduzione di torba, problema non molto sentito dai consumatori italiani, va rilevato che in Inghilterra, dove c’è una maggiore sensibilità, è stato prorogato il termine per l’eliminazione totale.
Ciò è dovuto all’esigenza di analizzare il problema su basi scientifiche, indipendentemente dall’informazione che è stata fornita in questi anni ai consumatori, al fine di adottare soluzioni davvero sostenibili.

Anzitutto non è semplice trovare dei sostituti della torba, poiché serve un materiale che trattenga l’acqua senza favorire marciumi, fornisca i nutrimenti alle piante (almeno nel periodo iniziale) e abbia proprietà fisico-chimiche che si mantengano nel tempo. Non si tratta solo di far attecchire una radice ma di sopportare l’intero ciclo di vita di un sacco di terriccio: dallo stoccaggio nel garden center (si arriva a una compressione fino al 12% del volume) al riempimento dei vasi (altra compressione), dalle irrigazioni (provocano un compattamento dal 10% al 20% dopo le prime irrigazioni) alla coltivazione (c’è un consumo del 33% nei primi 3 mesi).

Inoltre non è facile trovare dei sostituti della torba che siano realmente sostenibili. Per capire l’impatto ambientale di un componente dobbiamo infatti analizzare tanti fattori: l’emissione di gas serra, la tossicità per l’uomo, il consumo di acqua per produrlo, il consumo di materiali fossili per trasformarlo e trasportarlo, la tossicità per gli animali e gli organismi acquatici e anche il degrado ambientale (cioè il cambio d’uso del suolo). Se è infatti vero che la torba genera una perdita di carbonio e il degrado delle torbiere, va detto che il cocco consuma molta acqua (per il lavaggio, il buffering e la riespansione) e petrolio per il trasporto dai luoghi di coltivazione (ha il vantaggio di utilizzare un sottoprodotto, scarto delle lavorazioni delle industrie alimentari). Anche il legno provoca il consumo delle foreste e di molta energia per la sfibratura ed è una risorsa rinnovabile solo se ha una certificazione come il Forest Stewardship Council (Fsc). I minerali provocano degrado ambientale e un alto consumo di energia per i trattamenti. Infine il compost perde carbonio durante il compostaggio, anche se ha il vantaggio di riciclare dei rifiuti.

Ci sono quindi vantaggi e svantaggi da considerare. Anche le torbiere sono una risorsa rinnovabile, pur con una rigenerazione lentissima. È bene sapere che è nato il progetto Responsibly Produced Peat (Rpp): una fondazione che ha sviluppato un programma di certificazione finalizzato alla gestione responsabile delle torbiere durante e dopo la produzione di torba. In particolare gli obiettivi sono: massimizzare la produzione di torba da torbiere degradate, lasciando intatte le torbiere naturali; assicurare il miglior sviluppo possibile dopo il completamento della produzione di torba, con preferenza per il restauro; assicurare la disponibilità a lungo termine di un componente altamente prezioso per gli ambienti di crescita.

norme sui substrati La certificazione Rpp può essere così utilizzata dai produttori di substrati di coltivazione, un po’ come fa Forest Stewardship Council quando certifica che il legno proviene da coltivazioni responsabili. Oggi il 70% della torba estratta dalla tedesca Klasmann-Deilamm, uno dei più importanti produttori mondiali di substrati, è certificata Rpp.
Il futuro dell’impiego della torba nei substrati di coltivazione appare, da un certo punto vista, nella mani dei consumatori. Per quelli più sensibili, sicuramente si svilupperanno substrati con marchi “eco” che evidenzieranno l’assenza di torba e magari l’uso di packaging sostenibili. Dipenderà anche dalla qualità dell’informazione a cui avranno accesso.

Da Din a Uni-en

Ne abbiamo già parlato in un articolo riguardante gli agrofarmaci, ma ricordiamo che per il peso dei substrati si utilizza il metodo europeo En 12580, in sostituzione del vecchio metodo Din 11540 ed è oggi l’unico metodo di riferimento per determinare la quantità in volume di un substrato.
Per quanto riguarda i substrati per il giardinaggio, il passaggio tra Din e En provoca delle differenze soltanto sui grandi formati: il sacco da 50 litri Din diventa 45 litri En, così come il sacco da 80 litri Din diventa 70 litri En. È importante ricordare che cambia soltanto il metodo di misura riportato sul packaging, ma la quantità e il peso dei sacchi rimarrà uguale. Aipsa, l’associazione che riunisce i principali produttori di substrati in Italia, a partire dal 2019 promuoverà una Certificazione Aipsa e tutti i soci dovranno dimostrare di rispettare una serie di requisiti minimi, tra cui anche il nuovo sistema di misurazione En.

 

Per le informazioni ringraziamo Daria Orfeo, segretario generale dell’Associazione Italiana Produttori Substrati e Ammendanti (Aipsa) e Patrizia Zaccheo, ricercatrice dell’Università degli Studi di Milano e coordinatore del Comitato Tecnico di Aipsa.

www.aipsa.it

www.responsiblyproducedpeat.org/it

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